Introduzione

ClientOffscapes
LocationArgelato
CategoryZuccherificio
Year2010-2011

Offscapes si svolge “nella risacca della periferia”. È qui che ha luogo la sopravvivenza passiva di edifici, una volta funzionali alla produzione e ora abbandonati al loro destino di desolazione, incuria, trascuratezza.

Offscapes si svolge “nella risacca della periferia”. È qui che ha luogo la sopravvivenza passiva di edifici, una volta funzionali alla produzione e ora abbandonati al loro destino di desolazione, incuria, trascuratezza. Questo è il tema del dialogo tra testo e immagini, tra Vincenzo Bagnoli e Valeria Reggi. Un dialogo in cui lo scritto orienta la lettura delle fotografie; non una relazione dalla complicità predeterminata, quanto piuttosto uno sforzo per interpretare questo progresso scorsoio, attraverso la parola. Un dialogo che evidenzia la mancanza di reciprocità tra lo spazio del lavoro e chi lo occupava; non una persona è presente, se non per l’evidente folla di assenti. Un dialogo fatto di storie interrotte, comportamenti presunti, sguardi mancati, polvere accumulata, “di grigie archeologie personali”. Nessun movimento, nessun gesto, neanche una traccia della vita che attraversava questi spazi. Tutti gli edifici sono “sottratti all’orizzonte degli eventi”, inerti, spenti. Off, appunto.

Offscapes exist “in the backwater of the outer city”. It is here where buildings passively survive, once active in the production of goods and now abandoned to their destiny of desolation, disrepair and ruin. This is the subject of the dialogue between text and images, between Vincenzo Bagnoli and Valeria Reggi. A dialogue in which the written word directs the reader through the photographs; not a relationship of pre-conceived complicity, but rather an attempt to interpret this nooselike progress through the written word. A dialogue which highlights the lack of reciprocity between workplaces and those who once occupied them; not a single person is present, save for the evident crowd of the absent. A dialogue composed of unfinished stories, presumed behaviour, lost glances, layers of accumulated dust “of grey personal archaeologies”. Without movement, nor gesture, not even a trace of the life that once ran through these places. All the buildings have been “removed from the event horizon”, inert, switched off. Off, full stop.

Il libro è quindi un invito a osservare la realtà secondo la sua doppia declinazione: tutto ciò che è rimasto ma anche, e forse maggiormente, tutto ciò che non è più. Quello che colpisce è l’immobilità del presente in confronto alla dinamicità del passato. La nudità tridimensionale dei corpi di fabbrica rispetto alla topografia interiore che una volta li animava. Lo stare in attesa di questi edifici che sembrano aver esaurito tutte le aspettative possibili in rapporto alle biografie anonime che qui avevano la loro dimora temporanea. “Le forme del mutuo silenzio” di questi “posti dove non va più nessuno” in relazione a “quell’umanità sempre perdente che non si ferma e vuole andare avanti”.

This book thus invites the reader to observe reality through this double declination: all that remains but also, and perhaps even more so, all that is no more. The most striking aspect is the immobility of the present compared to the dynamism of the past. The three-dimension nudity of factory bodies compared to their interior topographies which once animated them. The state of waiting of these buildings which seem to have exhausted all possible expectations in relation to the anonymous biographies which here had their temporary home. “The shapes of the mutual silence” of these “places where no-one goes anymore” as related to “that humanity, always a loser, which never stops and always wants to move on”.

 

 

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